VALTELLINA 30 ANNI DOPO: 1987-2017

VALTELLINA 30 ANNI DOPO: 1987-2017

Negli scorsi mesi estivi abbiamo fatto memoria in tutta Italia ed in particolare qui in Lombardia e in queste terre dei tragici accadimenti di 30 anni fa. L’Alluvione della Valtellina e tutti i vari episodi drammatici che si susseguirono in quella estate provocarono 53 morti, paesi cancellati, 341 le abitazioni distrutte, 1.545 quelle danneggiate, circa 25mila gli sfollati, 4mila miliardi di lire i danni (ovvero circa 2 miliardi di euro).

E’ un bollettino impressionante che, però non possiamo non collegare agli accadimenti degli ultimi anni. Meno tragici sul piano della contabilità umana, ma ugualmente preoccupanti. Pensiamo a Livorno, pochi giorni fa; o all’alluvione di Genova, tanto per citarne alcuni.

Questo per dire come politiche di prevenzione, tutela del territorio, piani di emergenza comunali, interventi contro il dissesto idrogeologico continuano ad essere assolute priorità anche per la politica di oggi. Tanto più che, come varie ricerche dimostrano, i cambiamenti climatici – con le famose bombe d’acqua – rendono ancora più urgenti quegli interventi strutturali di cui il nostro Paese ha bisogno.

Frane, allagamenti, alluvioni: l’Italia è un Paese martoriato dal dissesto idrogeologico. Le aree ad elevata criticità rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano l’89% dei comuni, su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. Il riscaldamento globale – spiegano dal Centro Euro Mediterraneo sui cambiamenti climatici – porterà a un’inevitabile recrudescenza dei fenomeni estremi.

Le regioni hanno stimato un fabbisogno di 40 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio, cui però il governo nell’ultima Legge di Stabilità ha destinato appena 180 milioni per i prossimi tre anni. Ad aggravare ulteriormente il quadro è il consumo del suolo, aumentato del 156% dal 1956 ad oggi, a fronte di un incremento della popolazione del 24%.

Ogni cinque mesi viene cementificata una superficie pari al comune di Napoli, un dato che mette in luce le responsabilità dell’uomo per queste catastrofi, che solo negli ultimi cinquant’anni hanno causato la morte di quattromila persone

E sul fronte interventi? Diceva pochi giorni fa il “Sole 24 Ore” (12 settembre 2017): “Poche criticità italiane sanno rappresentare vizi e ritardi del Paese come il dissesto idrogeologico. Ogni tragedia che si ripete, l’ultima a Livorno, ce li ricorda. Il dato peggiore è sui progetti : il 94% dei 9.230 del piano antidissesto sono «non cantierabili».

Una cifra che fotografa meglio di ogni altra l’incapacità di un Paese che da anni ha deciso di recuperare un arretrato pesante fatto di disordine urbanistico e mancati investimenti e, tuttavia, non riesce a ripartire. Palazzo Chigi ha costituito una task force che lavora a pieno ritmo, è stato varato un piano decennale contro il dissesto idrogeologico dotato di 10 miliardi di euro di finanziamenti Ue, nazionali e regionali (recuperando anche 2.260 milioni della vecchia programmazione), a dimostrazione di uno sforzo politico senza precedenti. Eppure siamo fermi.

Il cambio è dunque prima di tutto culturale perchè alcune variabili comunque non dipendono da noi. Occorre per questo passare dalla logica del “speriamo non accada”, a quella di unaattenta, scrupolosa e reale attività preventiva che sappia coinvolgere tutti gli stakeholders territoriali verso un elemento imprescindibile: la progettualità. Seria, condivisa e strutturata. Che non faccia a botte con la lentezza della burocrazia.

Dobbiamo garantire alle comunità e ai sindaci margini sicuri per fare fronte alle emergenze, e dobbiamo essere in grado di garantire i presupposti necessari per monitorare gli stati di criticità prima che si trasformino in emergenza. Perché a quel punto giocare a scaricare le colpe tra competenze di Stato, Regioni non serve più a nessuno.

Anche l’Europa può e deve fare la sua parte. Si stima per esempio che entro il 2050 nell’Unione Europea, i danni causati dal dissesto idrogeologico ammonteranno a 23,5 milioni di euro.Occorrono dunque risorse ed occorrono soprattutto direttive precise in ambito europeo che consolidino un percorso virtuoso ed organizzato.

Il contributo di tutti e soprattutto il vostro contributo, quello di chi vive ogni giorno la trincea del lavoro sui nostri territori e che ben conosce esigenze e difficoltà è essenziale. Consideratemi per questo a vostra disposizione.

Lara Comi 



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